Denis Campitelli ha iniziato a fare teatro prima ancora di sapere che stava facendo teatro.

Da bambino, gli amici del paese – Santa Maria Nuova a Bertinoro – gli chiedevano di raccontare cosa fosse successo la sera prima: puntualmente, il racconto era colorato dall’interpretazione di voci e tratti caratteristici di quegli amici.

Incontrerà poi il teatro vero e proprio ai tempi dell’ Università, frequentando i corsi di Franco Mescolini, suo maestro. E da quella volta non ha più smesso.

Per merito di un’amica, insegnante al Dams di Bologna e presenza costante agli spettacoli dell’attore romagnolo, il nome di Campitelli arriva ad Anna Redi, artista e acting coach in cerca di un artista che sapesse il dialetto di area forlivese.

Nasce così l’esperienza di dialect coach a Luca Marinelli, l’attore interprete del Duce nella serie Sky, “M. Il figlio del secolo”.

Denis Campitelli

“Da un impegno via Zoom che sarebbe dovuto durare circa una ventina di giorni, il feeling e l’empatia che si sono creati con Luca Marinelli hanno fatto sì che lui sia venuto in Romagna per visitare i luoghi simbolo come Predappio. Poi io mi sono trasferito a Roma, in accordo con la produzione, per tutto il periodo di produzione del film”- così ci racconta l’attore e autore romagnolo.

Come si svolgeva una giornata tipo sul set?

“Le giornate erano molto intense. Si andava sul set,  avevo Luca sempre in cuffia così da correggere eventuali errori di pronuncia del nostro dialetto, si tornava a casa, il tempo di studiare e così anche il giorno dopo”.

Quale clima hai respirato sul set, arrivando principalmente da esperienze teatrali?

“Un ambiente di grandi professionisti che hanno dato prova di grande umiltà. A partire dal regista, pazzesco, Joe Wright, che ha altresì dimostrato una grande fiducia nei confronti di Marinelli, con il quale spesso si confrontava sulla riuscita del ciak e che mi ha voluto premiare, affidandomi un piccolo ruolo nel terzo episodio della serie”.

Un aneddoto, un particolare che ti ha colpito del backstage?

“Sì, le macchine da presa quindi tutte le telecamere che in quel momento riprendevano le scene avevano una calamita attaccata di fianco, sopra, sotto con scritto ‘This machine kills fascists’. E’ una frase che era scritta sulla chitarra di Woody Guthrie, uno dei più famosi cantastorie americano”.

Cosa avrebbe detto il tuo maestro di questa esperienza da “dialect coach”?

“Ne sarebbe stato molto felice, perchè non si devono perdere le proprie origini e il dialetto romagnolo, ne è un esempio”.

Tornando alla tua attività di autore e attore, qual è il prossimo appuntamento sul palco?

“Sarò a Cotignola il 18 gennaio con lo spettacolo ‘Zitti Tutti’, un testo che risale al 1993 scritto, appunto, in dialetto romagnolo da Raffello Baldini per Ivano Marescotti”.

Un’esperienza oramai ventennale…da piccolo, cosa rispondevi alla domanda “cosa vuoi fare da grande?”

“Cosa voglio fare da grande, non lo so neanche adesso. Ho ben chiara la strada, ma sarei in grado di metterla in discussione. Ho frequentato l’Università e quello che verosimilmente si aspettavano i miei era l’impiego in azienda in qualità di tecnico alimentare. Poi, come dicevo, a partire dai racconti che facevo ai miei amici passando dall’incontro con una compagna di classe altrettanto appassionata di teatro, tutto ha preso forma…”

Una curiosità: cosa ti lega alla città di Cesenatico?

“Il mio primo spettacolo tutto esaurito o come piace dire oggi “sold out” fu proprio nel teatro di Cesenatico!”

Poi un saluto, in perfetto stile Denis Campitelli, citando Giovanni Nadiani: “anche se lingua moribonda e strancalata, il dialetto, rimane comunque in vita e vivrà sempre più di noi”.

Inviando questo modulo acconsenti al trattamento dei dati secondo le vigenti norme di Privacy e diritto di autore. Per maggiori informazioni vai alla pagina Privacy e Cookie.

Leave a Reply