Il collegio penale del Tribunale di Ravenna, presieduto dal giudice Cecilia Calandra, ha emesso oggi la sentenza del processo Radici. La sentenza ha confermato l’impianto accusatorio dimostrando la sussistenza della gran parte dei reati compresa l’aggravante del metodo mafioso per alcuni degli imputati.
Sono state inflitte condanne per un totale di 98 anni. La decisione arriva dopo che il collegio si era ritirato in camera di consiglio nella mattinata di lunedì scorso. Il pubblico ministero della Direzione Distrettuale Antimafia di Bologna, Marco Forte, aveva richiesto pene per complessivi 110 anni. L’accusa verteva principalmente sul controllo di alcuni locali della riviera, gestiti – secondo la Procura – con modalità mafiose al fine di riciclare denaro proveniente dalla criminalità organizzata.
Oltre alle spese da definire in sede civile e alle confische personali, le provvisionali stabilite ammontano complessivamente a 609mila euro. Tra queste, 200mila euro sono destinati al forno Dolce Idea Srl di Cervia e 35mila al suo legale rappresentante, 250mila al forno Imolese con sede legale a Bagnacavallo. Inoltre, 20mila euro sono assegnati al Comune di Cervia, altrettanti a quello di Cesenatico, 10mila euro al Comune di Imola e 10mila a quello di Bagnacavallo. Somme pari a 5mila euro ciascuna sono state riconosciute a Cgil, Cisl, Uil e all’associazione Libera, mentre 3mila euro sono destinati all’ex portiere di Serie A, Marco Ballotta, coinvolto come vittima nella vicenda.

Le indagini della Guardia di Finanza hanno portato alla contestazione di un’associazione per delinquere finalizzata a bancarotta fraudolenta, intestazioni fittizie, autoriciclaggio, estorsioni e altri reati, in alcuni casi aggravati dall’articolo 416 bis. Gli inquirenti hanno concentrato l’attenzione su compravendite di bar, pasticcerie, laboratori artigianali, ristoranti e alberghi effettuate tra il 2018 e il 2022, comprese quelle avvenute durante gli anni dell’emergenza Covid, che hanno aggravato la crisi economica, in particolare nel settore turistico della riviera. Secondo gli investigatori, queste operazioni rappresentavano investimenti illeciti effettuati con denaro proveniente dalle cosche della ‘ndrangheta calabrese.